'ndrangheta in Lombardia: adesso basta! PDF Stampa Scrivi e-mail
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Giovedì 31 Gennaio 2013 15:32

“La Lombardia sta pagando un prezzo altissimo alla distrazione generale che ha consentito alla ‘ndrangheta di incunearsi nel tessuto economico, produttivo e sociale lombardo. L’arresto, pochi mesi fa, di un assessore regionale accusato di aver acquistato voti dalla ‘ndrangheta ne è la testimonianza. Ma noi, magistrati e forze dell’ordine, da soli, non possiamo sconfiggere la criminalità organizzata: se restiamo soli dovremmo consegnare le armi”.

Alberto Nobili, ex pm di Milano e oggi procuratore aggiunto che vent’anni fa gestì le confessioni del boss Saverio Morabito, svelando gli interessi della ‘ndrangheta in Lombardia e le cui indagini hanno coinvolto quasi tremila persone – moltissimi dei quali condannati in via definitiva - attacca così il suo intervento all’incontro “Le mafie in Lombardia: dalle infiltrazioni alla colonizzazione” organizzato dall’Alleanza delle cooperative italiane mercoledì 30 gennaio presso Palazzo Giureconsulti della Camera di commercio di Milano insieme all’associazione Libera di don Luigi Ciotti e con la partecipazione di Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Reggio Calabria, con una lunghissima esperienza di contrasto alla criminalità organizzata e autore di numerosi libri sulla ‘ndrangheta.

 

Continua dirompente Nobili: “Siamo all’allarme rosso! In occasione di Expo 2015 è ovvio, è scontato, è matematico che la ‘ndrangheta cerchi di spartirsi la torta. Qualcuno dice che non era possibile, che non era immaginabile… Non per gli addetti ai lavori. E’ almeno dalla metà degli Anni 70 che ci sono segnali clamorosi della presenza della ‘ndrangheta in Lombardia. Un dato? Nel solo 1977 a Milano e hinterland sono state sequestrate 33 persone e gran parte di loro a opera della ‘ndrangheta. Come si poteva non capire?” Poi con gli Anni 80 il salto nel mercato mondiale della droga con la ‘ndrangheta forte di capitali ingentissimi derivanti proprio dalla stagione dei sequestri e l’infiltrarsi nel tessuto produttivo ed economico.

 

“Ci si è rifiutati di accettare la realtà, le mafie non possono entrare in Lombardia, si pensava… A Milano si era legati a un’idea quasi romantica del crimine con Francis Turatello, detto faccia d’angelo, Renato Vallanzasca, il bel Renè o Luciano Lutring, il solista del mitra. Le indagini hanno invece portato alla luce il progetto della ‘ndrangheta, né più né meno, di acquistare tutta Lecco e le sue attività economiche. Insomma si sono persi 30 o 40 anni per sviluppare una coscienza collettiva e attrezzarci culturalmente per battere le mafie” chiarisce, se ancora ce ne fosse bisogno, Nobili.

 

E’ necessario quindi, secondo il magistrato, “conoscere per essere consapevoli” e “incontri come questo organizzato dal movimento cooperativo e da Libera servono eccome”. Un “cambiamento culturale” sollecita Lorenzo Frigerio di Libera, a partire “dai comportamenti di tutti noi, la ‘ndrangheta ce l’abbiamo dentro” afferma Nicola Gratteri.

 

“La più impressionante intercettazione che ho ascoltato, e vi assicuro che ne ho sentite decisamente molte, era tra due ‘ndranghetisti, uno era una sorta di pubblico ministero della ‘ndrangheta, sì hanno anche i pm e i loro tribunali, sceso dalla Locride allo Ionio in occasione di uno scontro tra clan con ammazzamenti quotidiani. Diceva, nell'intercettazione: ‘Se sparate per strada e bruciate le auto il popolo vi abbandona’. Ebbene la ‘ndrangheta vive di consenso, produce consenso e ne è consapevole” spiega il magistrato reggino.

 

“La ‘ndrangheta opera sottotraccia, non va all’attacco delle istituzioni, fa mediazioni con il cappello in mano tra diverse organizzazioni criminali e poi pretende il saldo” racconta Gratteri. “Un ‘ndranghetista ha l’ossessione di farsi accettare socialmente, uno o due figli li manda all’Università e se non sono intelligenti li fa laureare comunque a suon di minacce o con la pistola in mano. Poi, da laureati, entrano come dirigenti nella pubblica amministrazione o come primari di ospedale e lì perpetuano con i loro strumenti controllo e comando. Li fa sposare a qualche esponente della borghesia. Sono entrati nella massoneria e hanno stretto rapporti anche con magistrati” illustra Gratteri.

 

Le maggiori attività della ‘ndrangheta – spiega Gratteri - sono le estorsioni, il trasporto di inerti, l’edilizia, l’usura (“una novità, prima era considerata disonorevole, poi hanno capito che serve a riciclare denaro e a prendere il controllo delle aziende” precisa il magistrato), il traffico di stupefacenti droghe sintetiche e cocaina (“la ‘ndrangheta è l’unica organizzazione criminale al mondo che acquista a credito dai colombiani e organizza trasporti in Europa tra le 3 e le 8 tonnellate a volta con ricavi di 30 35 volte l'investimento iniziale”) – e appalti.

 

“La ‘ndrangheta non si limita a pilotare gli appalti” precisa Gratteri “è entrata nella stanza dei bottoni e determina quali opere fare e di quale ammontare, elegge sindaci e amministratori pubblici e… dovreste dirlo a quell’assessore lombardo che avrebbe pure pagato per avere i loro voti… e poi chiede, anzi pretende ciò che vuole”.

 

“La ‘ndrangheta si comporta in maniera differente al Sud e al Nord” aggiunge Alberto Nobili. “Al Sud mantiene bassi i livelli di sviluppo e di crescita economica per essere l’unico referente e, se non la sola, una delle pochissime possibilità di reddito per la popolazione. Al Nord reinveste i proventi, ricicla, assume il controllo delle aziende, insomma fa affari, grossi affari”.

 

Lo testimoniano indagini e intercettazioni. Come quell'imprenditore edile umbro, raccontano i magistrati, che iniziò ad assegnare lavori a imprese legate alla 'ndrangheta e ne era soddisfatto, mai un ritardo , mai un intoppo. Grazie a loro estese i propri affari e non si era mai chiesto chi fossero in realtà i suoi nuovi soci, fino a quando fu obbligato ad avviare un'importante lottizzazione in Sardegna. Lui doveva mettere la firma, tutti i lavori li facevano le imprese della 'ndrangheta. E, scoprirono i magistrati nelle intercettazione, era terrorizzato dal fatto che se solo avesse avanzato un obiezione potesse ricevere, lui o i suoi famigliari, un colpo di pistola.

 

Non solo. La ‘ndrangheta ha insegnato alla mafia che la stagione delle stragi dei primi Anni 90 ha portato loro solo guai.

 

“La mafia ha adottato la stessa strategia della ‘ndrangheta: stare in silenzio per lavorare meglio. Continuano a uccidere, ovviamente, ma con la tecnica della lupara bianca, niente morti ammazzati per le strade che fanno clamore e richiamano l’attenzione. Dalla colonizzazione sono ormai nella fase di creazione di consenso. Danno credito e tutti sappiamo quanto ce n’è bisogno a causa della crisi, fanno vincere appalti con la corruzione o con le minacce, poi però tutto il subappalto lo gestiscono loro e prendono il controllo totale delle aziende” illustra Nobili.

 

L’incontro con i magistrati dei dirigenti delle cooperative è il primo appuntamento nato dalla convenzione firmata lo scorso 24 ottobre tra l’associazione antimafia Libera, Confcooperative Unione interprovinciale Milano, Lodi, Monza e Brianza, Confcooperative Lombardia, Legacoop Lombardia e Agci Lombardia, tutte componenti dell’Alleanza delle cooperative italiane.

 

A spiegarne gli obiettivi è Alberto Cazzulani, presidente di Confcooperative Unione interprovinciale Milano, Lodi, Monza e Brianza: “Ormai è chiaro che non si può più parlare di infiltrazione delle mafie in Lombardia, ma di vera e propria colonizzazione. E tutte le forme di impresa possono rappresentare un obiettivo delle mafie, ‘ndrangheta nel particolare, per riciclare denaro, assumerne il controllo, gestire i loro affari. Anche le cooperative, anche quelle autentiche, possono subire le attenzioni della criminalità organizzata e diventare appetibili. Soprattutto in periodo di crisi e soprattutto nelle condizioni di ristrettezza del credito attuale. Le banche non danno credito e riducono quelli esistenti, mentre le organizzazioni criminali hanno montagne da denaro da reinvestire. La convenzione sottoscritta con Libera intende proprio fornire ai cooperatori strumenti e mezzi per prevenire possibili infiltrazioni e scongiurarli”.

 

E ai magistrati Cazzulani chiede quali strumenti e mezzi fornire alle cooperative associate, visto anche che “il certificato antimafia non mi pare abbia scongiurato la penetrazione delle mafie, mentre il grosso problema è sempre il credito, che manca, forse dovremmo farci una banca da noi…”

 

Risponde per primo Nicola Gratteri: “E’ vero, la crisi rappresenta un’ottima occasione per fare nuovi affari per la ‘ndrangheta a partire dal riciclo di denaro. Ed è vero che le banche che forniscono soldi veri alle imprese, e soprattutto alle piccole imprese, sono le piccole banche del territorio, le altre hanno soldi di carta. Cosa potete fare? Fondamentale è che le vostre cooperative stiano insieme e mi pare che, come Confcooperative e Legacoop, stiate creando occasioni, come questa. E poi legatevi a doppio, triplo filo alla Prefettura, instaurate rapporti e contatti, magari anche con la polizia e i carabinieri. Se siete in zona ad alta presenza mafiosa fatevi vedere in giro, non solo una volta, a fianco di un carabiniere o un poliziotto in divisa così da presentarvi agli occhi dei mafiosi uno ‘sbirro’ cioè inavvicinabile. Diffidate da qualsiasi offerta economica o commerciale stranamente appetibile e segnalatelo; rispettate le regole di mercato, io lo spiego sempre: meglio falliti che vittime dell’usura. Dal fallimento si può rinascere, dall’usura, se non la si denuncia e se non si entra in un programma di aiuto, no, è peggio della tossicodipendenza, l’usuraio non succhia solo tutti soldi possibili e immaginabili, ma si prende anche la dignità della sua vittima”.

 

Da parte sua Alberto Nobili ribadisce la presenza delle forze dell’ordine e della magistratura e l’importanza del sostegno e della cooperazione tra inquirenti e cittadini. “Vi assicuro: chi per esempio ha denunciato l’usura non è mai stato abbandonato dallo Stato. Ad ogni offerta economica incongrua, se non c’è nulla da denunciare formalmente, fatelo presente alle forze dell’ordine, magari fornendo un qualsiasi elemento che possa permettere i nostri controlli, chessò un numero di targa, un telefono. Lo ripeto: per sconfiggere le mafie c'è bisogno della fiducia nelle istituzioni e negli inquirenti, dell'appoggio della collettività agli inquirenti e di collaborazione. Chi pensa 'ma chi me lo fa fare di sporgere denuncia?' o 'ma poi chi mi protegge?' sbaglia in partenza. Lo ripeto ancora: indagini e inchieste, processi e condanne, hanno sempre, ribadisco sempre, confermato che chi si è affidato allo Stato non è mai stato abbandonato!”

 

Mafia e corruzione possono mettere a rischio la democrazia e la libertà, un campo Rom no” risponde Nobili a chi chiede un parere sul silenzio in questa campagna elettorale sulla criminalità organizzata. “Mafia e corruzione dovrebbero ricevere maggiore attenzione da parte dei politici. Temo che una Giustizia che funzioni faccia paura” prosegue. “Due anni fa il Ministero di Grazie e giustizia fece una ricerca a livello internazionale sulla lunghezza dei processi, sia civili sia penali. Ebbene, l’Italia era 156esima su 181 paesi, in compagnia, con tutto rispetto per loro, di Gabon, Togo e Gibuti”.

 

Gli fa eco tagliente Gratteri: “Se non si vuole che i tribunali e le procure funzionino non è possibile sconfiggere le mafie”.

 

E aggiunge deciso: “Se non cambia il codice penale, se non cambia il codice di procedura penale, se non cambia il sistema penitenziario e se non cambia la scuola, sì la scuola! La mafia non si sconfigge” precisando comunque che i codici penali italiani, a proposito di mafie, sono già ottimi. Così come le capacità e le professionalità specifiche delle forze dell’ordine italiane che, nel contrasto alle mafie, parola di Gratteri, non temono rivali a livello internazionale.

 

“L’Unione europea rappresenta per le mafie una sconfinata prateria in cui poter liberamente pascolare. Non c’è una politica europea condivisa sulla sicurezza e sulla lotta alle mafie che ormai coinvolge tutti i paesi. Mi chiamano in Germania, ascolto con i colleghi tedeschi alcune intercettazioni e faccio notare loro che se un ‘ndranghetista dice ‘locale’ non si riferisce a un magazzino o a una birreria, ma a una cosca… Consiglio loro di procedere con intercettazioni ambientali in locali pubblici e mi rispondono che no, non si può fare… Vado in Olanda, un trafficante ha in casa un chilo di coca ma è in attesa per l’indomani di un container pieno di droga… Penso ok, è fatta, mettiamo le mani sul container e sull’organizzazioneNo, il magistrato olandese mi spiega che non ha possibilità di procrastinare l’arresto, che il loro codice non glielo consente… In Spagna le perquisizioni notturne sono vietate, le faceva il regime franchista, e i trafficanti lo sanno benissimo” afferma Gratteri.

 

Nei prossimi mesi il movimento cooperativo lombardo, sempre in collaborazione con Libera, organizzerà altri incontri sul contrasto e la prevenzione alle mafie, in attesa anche dell’indagine sulla criminalità economica in fase di realizzazione da parte della Camera di commercio di Milano come ha annunciato Alessandro Spada in apertura dell’incontro a nome della giunta camerale.

 

"Sia chiaro" conclude l'incontro Alberto Nobili "la lotta alle mafie è ancora lunghissima, ma non pensiate che io sia pessimista: percepisco una coscienza nuova che dice Adesso basta! Sono fiducioso e credo a ragione"

 

Nella foto: Nicola Gratteri, a sinistra, e Alberto Cazzulani

 

Vai all'articolo de Il Giorno - Milano sull'incontro "Le mafie in Lombardia: dalle infiltrazioni alla colonizzazione"

Vai al sito di Libera

 

 

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